Il Sessantotto che non passadi Diego Giachetti
Anche in occasione di questo quarantennale, come già era accaduto nei decenni seguenti l’evento, il ’68 si rivela ancora storia più che storiografia. Diceva Benedetto Croce che la storia, il passato che ci ha prodotti e nel quale siamo immersi, “tutt’intorno ci preme” e finché la storia non diventa storiografia non potremo liberarci di essa
[1]. Quest’assioma è senz’altro valido per il ’68, difatti la questione del suo significato, del giudizio di fatto e di valore, la sua collocazione stessa nel quadro storico più ampio, dato dal prima e dal dopo, sono ancora, quarant’anni dopo, in grado di “scatenare un vivace dibattito sulle riviste di quasi tutti i paesi occidentali”
[2], con giudizi diametralmente opposti, motivati dall’ideologia politica, che spaziano da chi tende a ritenere che esso sia la madre della decadenza generalizzata dei costumi, dei valori e delle istituzioni nelle società occidentali, a chi lo ritiene invece l’inizio di un ampio processo di modernizzazione e di democratizzazione. L’argomento per ora sembra destinato all’eternità e continua ad esercitare una particolare attenzione da parte dei media, che non perdono decennale per evocarlo nel bene e nel male.
La diatriba che dieci anni or sono si sviluppò con profitto per la ricerca e le conoscenza, tra sostenitori del ’68 come evento e quelli che preferivano considerarlo all’interno di un processo, ha lasciato spazio alla giusta necessità di consideralo evento e processo, assieme contemporaneamente. Non sono mancati quindi i libri che lo hanno inserito nella storia lunga dell’Italia repubblicana e nel contesto internazionale caratterizzato dalla divisione del mondo in due blocchi, né quelli che hanno voluto insistere sul fatto che in quel processo il ’68 rappresentò un salto di qualità, un momento evento per di più intrecciato in una dimensione internazionale di simultaneità dei movimenti che stupisce ancora oggi per la sua sincronicità.
Accanto a questa diatriba se ne segnala un’altra non nuova, anzi ricorrente in occasione dei decennali, quella relativa all’attualità o meno del ’68. Evidentemente la risposta, negativa o positiva che sia, varia di decennio in decennio nei contenuti e nei temi dissepolti e testimonia come il presentismo storico, cioè la tendenza a leggere il passato ad uso e consumo pubblico del presente, non solo immiserisca e impoverisca il tempo che fu, ma lo afferri in un meccanismo necessitante e deterministico per cui è l’oggi che spiega il passato, gli da luce e vita, mentre ciò che non sta nel presente, perché finito, sconfitto, fallito, non realizzato, semplicemente viene cancellato. A memoria ricordo che dieci anni dopo l’evento, nel 1978, in pieno rapimento Moro, il ’68 fu imputato responsabile del terrorismo e del brigatismo rosso. Passati altri dieci anni, il ’68 -per spogliarlo di ogni legame col “dopo”- fu principalmente letto come evento durato pochi mesi, senza radici e cause, e poi improvvisamente scomparso, “ucciso” dalla politica, dai partiti e dai sindacati del movimento operaio e dai gruppi della nuova sinistra extraparlamentare che si formarono in quegli anni. Caduto il muro di Berlino (1989), finita la divisione bipolare del mondo col crollo dell’URSS (1991), il trentennale del 1998 alimentò la tendenza a vedere nel ’68 la lunga mano capace di provocare lo smottamento dei paesi del socialismo reale
[3] e, nell’Italia, travolta dallo scandalo di tangentopoli, il movimento che aveva innescato la crisi del sistema politico su cui si fondava la prima repubblica e dei suoi partiti.
In occasione di questo quarantennale, accanto alla corrente che vede rinascere, di decennio in decennio, fatti ed eventi storici positivamente indotti da esso, anche in Italia, come ha fatto in Francia il neo Presidente Nicolas Sarkozy, non sono mancati gli attacchi al ’68 e ai suoi effetti nefasti sulla storia successiva del paese. Esponenti del governo di centro destra hanno fatto a gara per denunciare il “disastro” provocato da esso. Ha cominciato il Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali Maurizio Sacconi il quale ha dichiarato sul «Foglio» del 30 luglio 2008 che lui appartiene a una “storia politica di persone impegnate ad abrogare il Sessantotto” perché è convinto “che il male italiano discenda dall'anomalia del lungo e strano Sessantotto italiano, che si è si è propagato”. Gli elementi nocivi del ’68 sarebbero riducibili, secondo il ministro, a tre termini “irresponsabilità, nichilismo diffuso e cinismo”. Una posizione la sua che confonde a mio parere le categorie e i valori diffusi nei movimenti degli anni Settanta, col loro rovesciamento individualistico ed edonistico trionfante negli anni Ottanta, quelli della “Milano da bere”, tanto per ricordare uno slogan un po’ diverso mi pare da quelli del Sessantotto. Il 12 agosto il Ministro del tesoro Giulio Tremonti, intervistato da un giornalista de «La Padania» dichiarava: “c'è un numero da togliere è il numero 1968”, e un mese dopo, il 12 settembre, secondo quanto riportato dalle agenzie, il Ministro della pubblica istruzione Maria Stella Gelmini parlando ai dirigenti di Forza Italia a Gubbio, dichiarava a proposito della scuola pubblica italiana che essa “e' afflitta dalla cultura del '68” che “con il suo buonismo, con il suo egualitarismo che ha appiattito il livello verso il basso”
[4].
Diversa la rilettura che invece è venuto dalla “destra storica” dello schieramento di centro destra. L’attuale Presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenendo al convegno indetto dalla Fondazione liberal di Ferdinando Adornato il 2 febbraio 2008, dedicato al ’68, attaccò affermando che avrebbe fatto delle dichiarazioni “non in sintonia con quanto detto finora” e infatti disse che il movimento aveva uno spirito “tutt’altro che negativo”, che la “destra [allora] perse una grande occasione: anziché capire le ragioni dei giovani si mise a difendere l’esistente”
[5]. Si tratta di una rilettura e di una ridefinizione dell’argomento che ha trovato sponda in riflessioni più approfondite su organi di stampa legati ad Alleanza Nazionale
[6]. D’altro canto, lo schieramento liberal riformistico, laico-cattolico, assiepato attorno al centro sinistra odierno, con veltroniana prontezza tende a raccogliere del ’68 solo ed unicamente ciò che è addomesticabile col presente, e cioè gli elementi di modernizzazione introdotti nella società: costumi, stili di vita e poco altro, derubricando tutto il resto a ideologia e utopia nel senso negativo dei termini.
In questo senso il Sessantotto non passa, ritorna periodicamente nel giudizio e nella valutazione, il presente lo domina lo spiega e lo cambia di anniversario in anniversario, limita quel passato imprigionandolo in un uso politico della storia che serve a giustificare il presente che via via trascorre, privandolo in questo modo delle sue potenzialità e possibilità, costringendolo in una filosofia della necessità e non della libertà.
Tempi e soggetti del Sessantotto
La ricerca storica sul ’68 ha evidenziato in questi ultimi anni la tendenza a collocarlo in una periodizzazione temporale che grosso modo va dagli anni Sessanta al decennio successivo, sottolineando il fatto importante che esso va declinato al plurale, secondo il titolo di un libro edito in Belgio, Les Annés 68
[7]. Declinandolo al plurale immediatamente abbiamo una pluralità di tempi paralleli che in determinati momenti s’intrecciano fra di loro, ma che hanno provenienza e proseguimento diversi.
Queste temporalità diverse contengono conflitti diversi, animati da soggetti diversi, ma comunicanti, che costituiscono una caratteristica del ventennio che include gli anni Sessanta e Settanta, quando tre conflitti sociali, culturali e politici giunsero a maturazione: quello di classe, che si connotava per la forte e decisa ripresa della lotta di classe in quegli anni, soprattutto nel settore industriale, raggiungendo l’apice nel periodo 1968-1973, quello generazionale, segnato da una rottura-contrapposizione nei più svariati ambiti, dallo stile di vita, al modo di organizzarsi politicamente, tra la nuova generazione e quella precedente e quello di genere, imposto dall’emergere di un protagonismo femminile di massa e autonomo, tipico del primo quinquennio degli anni Settanta. Nell’innescare i conflitti di classe e di genere, il ricambio generazionale in quegli anni ebbe un’importanza e una rilevanza notevoli. L’immissione di nuovi soggetti nelle classi sociali e nei generi fu un fattore di mutamento e di cambiamento del modo di rappresentarsi come classe e come genere, soprattutto perché questi nuovi soggetti, prima di diventare degli operai, degli uomini o delle donne, erano giovani che si erano formati individualmente e socialmente in un certo modo, sotto l’influsso di determinati fattori ed eventi storici specifici. Ecco perché serve porre l’accento sulla generazione, quando essa si manifesta non come dato anagrafico-biologico, ma come soggetto definibile in maniera autonoma rispetto ad altri, capace di suscitare, in determinate condizioni storiche, l’emergere di una nuova composizione di classe e di una nuova soggettività di genere che li pongono, in quanto giovani lavoratori e giovani donne, in un rapporto di contrasto e di conflitto con gli adulti e le adulte.
Certo, a voler cercare (e col senno di poi) la classe, il genere e la generazione avevano già marcato e caratterizzato diversi conflitti manifestatisi nella storia dell’umanità, ma in particolare nel Novecento, soprattutto nella seconda metà di questo secolo, questa triade si presentò con modalità, rivendicazioni, modi di organizzarsi nuovi e evidenti e, soprattutto, si manifestò simultaneamente in vari paesi di un mondo allora diviso politicamente ed economicamente tra oriente e occidente. Le contraddizioni di classe, di genere e di generazione esplosero assieme e contemporaneamente, si mescolarono fra loro e gli stessi soggetti, i protagonisti, gl’individui, apparvero sulla scena dell’azione sociale con un’identità e un profilo antagonista segnato da più aspetti, esigenze, problemi, tensioni che s’intersecavano, mischiando i contrasti generazionali con quelli di genere e di classe. Si generarono forme di conflittualità non riducibili ad uno solo di questi fattori, i conflitti di classe, di genere e le contrapposizioni generazionali, agirono e spinsero alla rivolta, assieme e congiuntamente. In questo senso i conflitti di quegli anni, il ciclo di lotte che si aprì col ’68, non erano unicamente riconducibili a uno scontro generazionale, anche se nacquero originariamente in quell’ambito e mantennero, nella composizione anagrafica dei soggetti, ben impressa questa caratteristica generazionale.
Omogeneità e simultaneità generazionale
Quella generazione, detta del baby boom, elaborò un suo sistema culturale che costituì un retaggio profondo, radicato e allargato sul quale poté innestarsi la protesta del ‘68 e la nascita dei movimenti politici di contestazione i quali, certo erano formati da una minoranza giovanile attiva, ma godevano, in virtù di una sorta di solidarietà di coorte avvertita a fior di pelle, della simpatia e del consenso di una parte larga della generazione:
Per avere una comprensione storica del ’68 non dobbiamo guardare solo agli aspetti politici e sociali dei movimenti, ma anche al clima culturale in cui operarono, condiviso da strati più vasti di persone (soprattutto giovani, anche se non solo) che non facevano parte dei movimenti. Questo approccio più ampio è coerente con l’oggetto storico, perché la spinta a superare i confini del movimento era intrinseca al ’68: esisteva una forte tendenza ad allargarsi dagli studenti a tutte le altre persone, dalle femministe alla donne in generale, dalla fabbrica al territorio
[8].
Quel sistema culturale implicava profonde trasformazioni valoriali rispetto al lavoro, al tempo libero, alle relazioni sessuali, alle istituzioni e alla società in genere e venne ad intrecciarsi con l’affermarsi di una cultura consumistica giovanile, fagocitata dal mercato e dai moderni mass media. Questo fenomeno fu all’epoca giudicato nefasto dalla sinistra in quanto si riteneva inducesse a una depoliticizzazione e a una perdita di senso critico, con relativa integrazione dei giovani nel sistema. Questa impostazione va rovesciata. La cultura giovanile e il consumismo produssero certo un fenomeno di depoliticizzazione rispetto ai canoni tradizionali della partecipazione e dell’impegno politico; quella deopoliticizzazione consentì però una presa di distanza critica dalla politica degli “adulti” e dalle loro istituzioni. La perdita del discorso politico tradizionale portò i giovani, partendo dalle loro esperienze individuali, a politicizzare ambiti e pratiche della quotidianità precedentemente mai toccate dalla politica, a cominciare dalla famiglia e dalle relazioni tra i sessi. Quel percorso conduceva “a smantellare la sfera politica esistente, i suoi metodi e i suoi intenti”, scopriva “l’aspetto politico di ogni sfera, compresa quella privata”: il suo tratto di fu “un diffuso antiautoritarismo, nella scuola, nell’università, nella famiglia e nella fabbrica. La sua espressione in termini politici era una democrazia diretta contrapposta alla democrazia rappresentativa”
[9]La simultaneità degli eventi, che ancora oggi colpisce l’osservatore dell’anno 1968, era il risultato della combinazione di movimenti che si erano sviluppati su base generazionale negli anni Sessanta. Il loro sentire era sovranazionale, i nessi e i legami che univano i giovani travalicavano frontiere, confini, patrie, superavano diversità di contesto storico e culturale. Era un continuo richiamarsi e riconoscersi come generazione da un luogo all’altro del mondo, era un sentire comune che si autoalimentava di ciò che i giovani facevano e dicevano in tante parti del mondo.
In precedenza non erano mancati, soprattutto da parte dei movimenti socialisti, anarchici e comunisti, tentativi nobili e necessari di costruire nel corso dell’Ottocento e del Novecento movimenti politici su base classista uniti da un sentire comune, da una solidarietà tra oppressi e sfruttati che travalicasse i confini nazionali. Ma si era trattato di tentativi indotti da élite, da gruppi politici di avanguardia, di partiti per costruire sistemi organizzativi internazionali, attorno ai quali raccogliere adesioni tra i lavoratori e i giovani militanti dei vari paesi.
Negli anni Sessanta, si assistette a un processo opposto. Malgrado non ci fossero organismi preposti all’organizzazione internazionale della gioventù, e comunque al di fuori di ogni momento istituzionalizzato, quest’ultima si sentì partecipe di un processo, di una cultura, di una mentalità internazionale, condivisa e accettata sulla base del semplice fatto di essere giovani.
Questo chiamarsi da un paese all’altro non ebbe una reciprocità sempre univoca e eguale. Ci fu chi chiamò di più e fu ascoltato creando così un nesso generazionale forte, chi, pur chiamando fu meno ascoltato e non riuscì a stabilire un nesso generazionale completo. Al primo caso possono appartenere i movimenti giovanili e contestativi dei paesi del capitalismo occidentale: dagli Stati Uniti, all’Inghilterra, all’Olanda, Svezia, Danimarca, Francia, Italia, Germania occidentale, Giappone, fino al Messico. Qui davvero l’influenza fu reciproca, le suggestioni passarono da un luogo geografico all’altro scatenando dinamiche conflittuali che alimentarono il passaggio dalla generazione alla generazione politica, dalla ribellione giovanile alla consapevolezza di dover intraprendere un percorso politico per trasformare la società. Appartengono al secondo caso i paesi del blocco orientale, quelli a “socialismo reale” dove, oggi cominciamo timidamente ad averne consapevolezza, si svilupparono movimenti su base generazionale del tutto simili, negli stili di vita, negli atteggiamenti e nel consumo di musica, ai gusti dei loro coetanei occidentali.
Questi movimenti guardarono con interesse ai loro coetanei occidentali, li cercarono e chiamarono ricevendo risposte parziali, incomplete e insufficienti. L’esempio più eclatante fu quanto accade in Cecoslovacchia dove la Primavera di Praga portò alla luce l’esistenza di un movimento giovanile con caratteristiche molti simili a quelli occidentali, esso però non entrò del tutto e completamente in quel circuito virtuoso di influenza e contaminazione reciproca che caratterizzò e “infuocò” la generazione occidentale. Considerazioni simili si possono fare relativamente al movimento giovanile che si sviluppò in Polonia e che raggiunse il suo apice di contestazione al sistema propria nell’anno 1968.
“Romantici” e “classici”
La ribellione giovanile fu inizialmente una rivolta individuale, dei singoli, nei confronti dell’autorità familiare, dei genitori, di una società avvertita a fior di pelle opprimente e soffocante e si espresse in una assunzione di nuovi stili di vita, poi si trasformò in legame generazionale, in un sentire corale la sofferenza per la propria condizione e l’insofferenza per il mondo costituito dagli adulti, fino a diventare un movimento sociale di contestazione del sistema e della società, che giunse alla consapevolezza che quello scontro non riguardava solo la richiesta dei giovani di sostituire gli adulti nella direzione della società, ma puntava alla ristrutturazione dei ruoli e della posizione delle classi nella società. Non era più una battaglia per spodestare i padri e le madri dai loro ruoli per far posto ai giovani che premevano per occuparli; era, invece, un conflitto che voleva trasformare ruoli e funzioni sociali, che non voleva occupare ruoli e posti di potere già definiti, ma voleva eliminarli perché considerati autoritari, oppressivi, patriarcali, non in grado di dar vita a una nuova società fondata sulla democrazia sostanziale e partecipatoria. Il ’68, come data emblematica, come evento, rappresentò il punto di passaggio determinante per quella generazione, la consapevolezza che non si trattava di lottare per trovare un posto nella società degli adulti (per i giovani), degli uomini (per le donne) o della borghesia (per i lavoratori), ma che il compito era ben più arduo e complesso, in quanto si doveva trasformare radicalmente e collettivamente la società.
I giovani, unitamente alla ripresa della lotta operaia e alle rivendicazioni del neo femminismo, si costituirono in generazione politica intersecandosi con esperienze politiche e teoriche minoritarie, in parte già esistenti alla sinistra del partiti tradizionali del movimento operaio, dando vita a quella che, in mancanza di altri nomi, altrettanto rappresentativi, chiamiamo ancora oggi nuova sinistra. In essa confluì il duplice elemento costitutivo di quello spirito del tempo: il romanticismo rivoluzionario e la spinta anticapitalistica e antiautoritaria
[10].
Per romanticismo rivoluzionario s’intende la protesta che parte dall’esistenza, dai sensi prima della ragione, contro i fondamenti della civiltà industriale prodotta dal capitalismo avanzato e ha la sua base formativa nella spinta antagonista che viene dalla sintesi della triade “soggettività, desiderio, utopia”
[11]. E’ questo elemento in comune che permette ai giovani di riconoscersi tra loro e unirsi malgrado le diverse appartenenze sociali (studenti, operai), di genere (uomini, donne), culturali e politiche permettendo la fusione con “i diversi gruppi marxisti e libertari, i nuovi movimenti sociali che andavano nascendo”
[12].
La critica romantica, tipica delle avanguardie artistiche e letterarie, produceva bisogno di libertà, di vita autentica e si contrapponeva a un sistema che si basava sull’alienazione, il disincanto e oppressione autoritaria presente nelle istituzioni sociali, politiche e produttive. Le forme espressive usate da questa rivolta erano soprattutto improntate alla festa, al gioco, alla poesia, alla liberazione dei versi e della parola, all’irrisione, al prevalere della fantasia e dell’immaginazione sulla realtà, all’utopia intesa come sperimentazione qui ed ora di modelli, stili di vita e relazioni sociali diversi da adottare e praticare subito. In quest’ambito è tutto da valutare il ruolo giocato nel movimento da fattori quali il gusto della provocazione, il disagio per lo più inconscio nei confronti della società occidentale del dopoguerra, le emozioni e il desiderio.
L’ispirazione teorica risiedeva in Marx, Freud, Nietzsche e nel surrealismo. Erano idee, comportamenti e stati di analisi già presenti in piccoli gruppi di avanguardia artistica e politica quali Socialsme ou barbarie di Castoriadis e Claude Lefort, o nel situazionismo di Guy Debord e Raoul Vanigem. La critica che muovevano alla società era duplice: antimoderna nella denuncia del disincanto del mondo, moderna quando poneva il tema della libertà
[13]. Questa critica romantica si intersecò con quella sociale al dominio capitalistico sviluppata dal movimento operaio tradizionale, che denunciava lo sfruttamento, la miseria delle classi subalterne, l’egoismo delle classe borghese.
L’impasto che sorse fu caratterizzato dal ritorno dell’utopia, termine da intendersi positivamente “per indicare che quello che fino a ieri non c’era può esistere qui e adesso: il che significa non soltanto combattere per qualcosa a venire, ma cominciare fin da ora a metterlo in pratica”
[14]. Questo senso utopico concreto è testimoniato dagli slogan ricorrenti del momento: “la fantasia al potere”, “siate realisti, chiedete l’impossibile”, “vogliamo tutto” e dalla strumentazione pratico-organizzativa che accompagna l’attività politica: l’assemblea, i collettivi studenteschi, i comitati operai di base, il consiglio di fabbrica, i gruppi di autocoscienza, le comuni di vita e di lavoro, i gruppi politici extraparlamentari in continua fusione.
Per concludere
Questi “prodotti” culturali, sociali e politici, spinti dalla combinazioni di impulsi romantici e di analisi sociale, inducono ad alcune considerazioni conclusive.
Il ’68 non fu certo provocato da una crisi dell’economia capitalistica, anzi, quando esplose, il capitalismo stava vivendo un momento di crescita, di espansione e di sviluppo che è stato definito l’ “età dell’oro”
[15], riferendosi ai “trenta gloriosi anni” che andarono dalla fine della Seconda Guerra Mondiale alla recessione generalizzata dell’economia del 1974-75. Non è affatto una constatazione banale, invita a riflettere contro la vulgata che spiega la ribellione anticapitalistica solo e principalmente come risultato della crisi del sistema di accumulazione e del tasso di profitto.
L’utopia sessantottina, ha scritto Paul Berman, si diede quattro prospettive rivoluzionarie
[16] che ben rappresentavano la commistione tra rivolta esistenziale e politica, quella dei costumi, quella dello “spirito”, nel senso di culture nuove di riferimento, quella contro l’imperialismo occidentale e il suo dominio nel mondo, e quella contro i sistemi burocratici e autoritari dell’Est Europa. Di queste quattro prospettive le ultime due furono quelle che comportarono le maggiori disillusioni per la generazione chiamata in causa dagli eventi degli anni sessanta e poi dal ’68. La prospettiva di rovesciare i sistemi burocratici del “socialismo reale” s’infranse subito, già nel 1968, con l’invasione delle truppe del Patto di Varsavia della Cecoslovacchia.
Nell’occidente capitalistico la rivolta innescata dal ’68, con cadenze e periodizzazioni diverse da paese a paese, fu sconfitta alla fine dall’emergere di un “nuovo” capitalismo in forma neoliberale nel corso degli anni Ottanta e Novanta. Quella vittoria ha qualcosa di particolare rispetto ai cicli di lotta di classe che vedono il prevalere momentaneo dell’una sull’altra; questa volta c’è un di più: non solo fu sconfitto quel movimento, ma con esso si riuscì a cancellare (momentaneamente si spera) la speranza, il divenire, e il sistema capitalistico si pose come l’unico presente possibile, senza altri orizzonti: la storia era finita.
[1]B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Napoli, Bibliopolis, 2002, p. 38.
[2] P. Berhhard e A. Rohstok, Writing about the “Revolution”. Nuovi studi internazionali sul movimento del ’68, «Ricerche di Storia Politica», n. 2, 2008, p. 177
[3] Il sessantotto è stato interpretato come la crisi globale a metà strada tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine della guerra fredda e “come terreno di prova di un nuovo ordine mondiale che prefigurava la grande trasformazione degli anni 1989-90 in Urss” da C. Fink, P. Gassert, D. Junkert, a cura di, 1968. The World Trasformed, Cambridge, University Press, 1998.
[4]Al coro si è unita anche Stefania Craxi, oggi sottosegretaria agli Esteri, con parole dure e aspre: “Il ’68 è duro a morire. I suoi veleni si sono diffusi come un cancro nel corpo della società. Il ’68 ha innalzato la bandiera della libertà spingendola oltre ogni principio, fino a sconfinare nell’anarchia… Nelle fabbriche il 68 ha portato la follia della crescita zero, l’orario lavorativo a 35 ore, la sindacalizzazione totale del lavoro. Negli uffici il crollo dell’autorità, dell’ordine, l’impunità di chiunque non faccia il suo dovere… nella famiglia difficoltà di governare ed educare la propria prole” (Il maledetto sessantotto, «Critica Sociale», n. 5, 2008).
[5] Dichiarazioni tratte da Riccardo Barenghi, E Fini rivaluta i “capelloni”, «La Stampa», 3 febbraio 2008.
[6] La rivista «Area» ha dedicato un inserto intitolato Il nostro come eravamo, n. 133, marzo 2008; la rivista «Charta», un numero monografico al tema Quel che resta del ’68, n. 4, gennaio 2008.
[7] G. Dreyfus-Armand, R. Frank, M. Francoise Lèvy, M. Zancarini-Fournel, Les Annés 68. Le temps de la contestation, Bruxellex, Complexe-IHTP, 2000.
[8]L. Passerini, Memoria e utopia. Il primato dell’intersoggettività, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p.79
[9] L. Passerini, cit., pp. 83-84
[10] Cfr., L. Boltanski e E. Chiappello, Le nouvel esprit du capitalisme, Paris, Gallimard, 1999, pp. 244-45
[11]Cfr., L. Passerini, Utopia e desiderio, «Thesis Eleven», n. 68, febbraio 2002, pp. 12-22.
[12] Cfr., M. Lowy, Le romantisme rèvolutionnaire de mai ’68,«Critique communiste», n. 186, marzo 2008, p. 162.
[13] Ivi, p. 165.
[14] L. Passerini, Memoria e utopia. Il primato dell’intersoggettività, cit., p.79
[15] Cfr., E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1995.
[16] Cfr., P. Berman, Sessantotto. La generazione delle due utopie, Torino, Einaudi, 2006, pp. 4-5.